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Questo è l’estratto dell’articolo.

 

Avviso ai naviganti 

Il blog ha lo scopo di diffondere dati, informazioni e analisi sulle politiche abitative a Roma. Le politiche abitative sono un complesso di strumenti che il pubblico (governo, regione, comune) mette in atto per contrastare il disagio abitativo e le dinamiche distorsive nel settore casa. Gli strumenti possono essere i più diversi: agevolazioni fiscali, benefit economici, sussidi, residenze temporanee, l’uso del patrimonio residenziale pubblico e la pianificazione di nuovi interventi edilizi. 
Le politiche della casa hanno punti di tangenza con altre materie, con l’urbanistica, ad esempio, o con le politiche sociali. Spesso con queste ultime, occupandosi entrambe di aiuti alla persona, vi sono sovrapposizioni tanto che le politiche abitative si possono ascrivere al sistema generale del welfare. Con l’urbanistica vi sono notevoli interrelazioni: l’una si occupa delle trasformazioni materiali della città l’altra dei suoi abitanti, due cose che dovrebbero sempre andare di pari passo. Le analisi svolte per la stima delle necessità abitative potrebbero supportare l’urbanistica nella fase di programmazione, aiutare a capire non solo cosa costruire o recuperare ma sopratutto dove, per chi e come.
In questo primo blocco di articoli analizzeremo il patrimonio residenziale pubblico.

 

Der Socialen Stadt, dal housing sociale alla città sociale. Perché i tedeschi spendono 190 milioni di euro all’anno per far parlare i vicini?

I tedeschi, famosi per il loro pragmatismo, hanno avviato un poderoso programma federale finanziato a partire dal 1999 con 40 milioni di euro all’anno e che oggi ha raggiunto la considerevole somma di 190 milioni all’anno, per sostanzialmente promuovere le pratiche di buon vicinato e le reti sociali.
Ma perché è stato avviato e di cosa si tratta?
La Germania è un paese noto per avere un stato sociale e delle politiche per il welfare abbastanza solide. Un ampio sistema di sussidi che vanno da quello per la disoccupazione fino a quello per gli affitti, una rete vasta di alloggi popolari, un sistema rodato per l’inserimento del lavoro, ecc. Tuttavia nonostante questo, che è già una buona condizione di partenza, dalle analisi dei feedback di queste politiche ci si è resi conto che la reazione e l’efficacia di quest’ultime era molto diversa a seconda delle varie realtà territoriali.
Le città, i quartieri, le comunità locali non sono un campo neutro in cui allo stesso stimolo le risposte sono univoche ma incidono profondamente sull’efficacia dei vari provvedimenti. L’intuizione che sta dietro a questo nuovo approccio alle politiche del welfare consiste nel considerare la stessa città, con le sue dinamiche positive e negative, come elemento fondamentale in cui tali politiche si integrano. Per quanti sussidi  si possono erogare, o per quante case socpopolari si possono assegnare, se non si considerano elementi quali le condizioni ambientale in cui tali azioni si svolgono o se non si integrano con dinamiche che naturalmente si sviluppano in città, come quelle ad esempio del mutuo soccorso di vicinato, l’azione rimarrà sempre monca se non inefficace. Grazie a questa lettura il programma Der socialen stadt, ( il titolo completo è “Città sociale – Investimenti nel vicinato” ) (sito)  accende i riflettori sui quartieri e sulle comunità locali attraverso una serie di progetti specifici. Lo slogan che ha caratterizzato questo salto paradigmatico è: dall’housing sociale alla città sociale.
Ovviamente tutti gli altri programmi e sussidi rimangono operativi e a questi ne se aggiungono di altri mirati alla nascita, al consolidamento di comunità locali e al coordinamento di tutti questi fattori.
“L’obiettivo principale è migliorare la coesione sociale e l’integrazione di tutti i gruppi di popolazione nei quartieri interessati. I comuni sono quindi sostenuti per promuovere una maggiore equità generazionale e infrastrutture di rafforzamento della cultura favorevoli alla famiglia, adeguate all’età e accoglienti. Gli investimenti sono un prerequisito essenziale per molte politiche complementari di inclusione sociale. Ad esempio, i centri distrettuali, le case cittadine, le piazze, ecc., forniscono lo spazio necessario per la convivenza nel distretto e il rafforzamento dei quartieri.
Gli interventi finanziati sono i più disparati. A Berlino-Kreuzberg, area in cui storicamente vivono molti immigrati è stata aperta una casa multietnica e multigenerazionale: “L’obiettivo è creare un luogo di incontro e di unità. I bambini, i giovani, le famiglie, le persone oltre i 50 anni e gli anziani di culture diverse dovrebbero incontrarsi qui e trascorrere del tempo insieme. L’obiettivo è rendere tangibili e utilizzabili le esperienze e le competenze delle diverse età e nazioni d’origine come in una grande famiglia. I pregiudizi sono ridotti e la convivenza nel quartiere diventa più aperta, tollerante e vivace.” All’interno si organizzano da corsi di autodifesa, di informatica per la terza e quarta età e di arabo per i tedeschi e di tedesco per gli arabi, sia con professionisti che con volontari.
Tanto per citare un altro esempio a Mannheim un complesso di case popolari, abitato al 40% a persone di etnia Sinti, è stato al centro di un altro progetto. Sebbene non fossero previsti spazi di pertinenza al piano terra gli abitanti hanno incominciato a recintare lo spazio di fronte gli alloggi e ad usarlo come deposito, cosa che ha creato tensioni con gli altri abitanti. Allora grazie anche al locale gestore degli alloggi popolari si è pensato di trasformare questi spazi in giardini e si è svolta una azione educativa, con l’ausilio di giardinieri professionisti, affinché gli abitanti si prendessero cura di questi spazi. Oggi l’aspetto del quartiere, con grande giovamento di tutti, è notevolmente migliorato.
Oltre alla elaborazione dei progetti si è anche molto investito sulla comunicazione in modo da consentire e facilitare l’accesso della cittadinanza alle varie iniziative. Insieme a sistemi di comunicazione locale si sono sviluppati specifici siti internet di quartiere come, ad esempio, quello di Berlin-Neukölln (sito)o come quello di Luckenwalde nel Brandeburgo (sito).La mappa delle città e dei comuni interessate dal programma sociale stadi.

 

La mappa dei comuni e delle città del programma.

karte-2017_staedte-gemeinden

La mappa degli investimenti.

karte-2017_bundesfinanzhilfen

Il programma ha un iter interessante che vale la pena analizzare in rapporto con le nostre prassi.
  • Individuazione dei perimetri d’intervento. “La delimitazione dell’area è basata su un’analisi socio-spaziale per identificare le aree problematiche e il potenziale non sfruttato dei singoli quartieri e promuove la comunicazione e la cooperazione tra tutti gli attori coinvolti“
  • Gestione dei quartieri. Una volta individuati i quartieri si passa alla messa a punto di sistemi di gestione in grado di poterli governare. “Nel complesso, lagestione del vicinato orientata al processo serve a garantire una cooperazione in rete orizzontale e verticale a livello amministrativo e di quartiere e tra questi livelli, coinvolgendo un gran numero di attori localmente rilevanti.
  • La messa in comune delle risorse. Poiché i finanziamenti spesso non coprono tutte le spese dei progetti si è optato per un processo integrato che partendo dalle realtà locali armonizzi tutte le risorse in campo (sussidi e finanziamenti vari)
  • Attivazione e partecipazione. Con l’attivazione e la partecipazione, si stabiliscono strutture di partecipazione basate sul vicinato, si mettono in rete iniziative locali, organizzazioni e aziende e si rafforzano le capacità individuali di risoluzione dei problemi dei cittadini non organizzati (empowerment).L’attivazione può essere intesa come tutte le tecniche con le quali singole persone o gruppi di persone sono indirizzate e comunicate l’una con l’altra. La partecipazione inizia su un livello più formale e si basa su procedure più o meno pianificate e obiettivi concreti.
  • La valutazione. Le valutazioni come strumento per lagestione della qualità e la gestione delle politiche sono di grande importanza al fine di essere in grado di svilupparle ulteriormente e adattarle a seconda delle necessità e di qualificare ed espandere i loro approcci strategici e relativi ai contenuti.
  • Il monitoraggio. L’osservazione degli sviluppi spaziali ed economici sociali sia a livello cittadino che nei singoli quartieri, nel senso di un “sistema di allerta precoce”, può servire a identificare aree con problemi di pianificazione urbana, sociali ed economici o perseguire i loro ulteriori sviluppi sulla base di indicatori.Inoltre, la documentazione degli sviluppi dell’area sulla base di un monitoraggio socio-spaziale può essere un aiuto importante nel considerare la stabilizzazione di quanto è stato ottenuto.
In Italia non solo non esiste nessun programma nazionale sociale di questa entità ma è anche uno dei pochi paesi europei in cui manca una Agenda Urbana che ponga le città al centro di politiche di sviluppo. Ogni città, con risultati molto diversi, si autorganizza senza nessun aiuto governativo e senza alcun tipo di coordinamento. Oltre alla funzione di coordinamento e monitoraggio l’approccio innovativo della città sociale consiste nella definizione dei quartieri come entità minime urbane e sociali. Allo stato attuale le nostre città sono suddivise in Municipi o, al limite in zone urbanistiche, che tuttavia individuano aree vaste che nulla hanno a che vedere con i quartieri (un esempio è la zona urbanistica di Torre Angela che racchiude la borgata spontanea di Torre Angela, il quartiere di edilizia economica e popolare di Tor Bella Monaca e la gated comunity di Torre Gaia, tre realtà completamente differenti). Ad oggi le ricerche più avanzate vengono perciò sviluppate solo sulle zone urbanistiche che non tengono assolutamente conto della complessità e delle dinamiche locali.

I reati a Roma nel 2018 (da gennaio a agosto), una prima analisi con un focus sui quartieri pubblici.

di Enrico Puccini

Avvertenze:

La seguente mappa è stata compilata utilizzando i comunicati stampa della Questura di Roma e del Comando Provinciale dei Carabinieri da gennaio fino ad agosto 2018. Ben lungi da essere esaustiva, non è neanche scopo di questo blog occuparsi di questo tema, è tuttavia una prima indicazione sul fenomeno criminale in città. Si tratta ovviamente non  di tutti i reati commessi in città ma di quelli che le forze dell’Ordine innanzitutto hanno intercettano e che poi, in seconda battuta, privilegiano comunicare. Ossia più che la mappa dei reali reati è una mappa dell’immagine dei reati. Per avere una ricerca esaustiva ben altre metodologie dovrebbero essere messe in campo con la consapevolezza che mappare ciò che per sua stessa definizione è occulto, la criminalità, è cosa ardua.
L’intento che ha spinto questa ricerca è quello di capire se i reati a Roma seguono una mappa delle disuguaglianze così come altri fenomeni ampiamente sottolineati dalle ricerche di Mapparoma, e così come emerso nei due articoli che riguardano le case popolari di Roma, 2.1 Diseguaglianze socio-economica di 42 nuclei ERP e 2.2 Il disagio sociale nei quartieri di edilizia residenziale pubblica a Roma. Nei precedenti articoli si fa riferimento ad una struttura urbana fortemente monocentrica, con forti diseguaglianze fra centro e periferia e la mappa dei reati sembra ribadire questa struttura.  Ciò che appare in maniera predominate è una forte concentrazioni di reati predatori, furto, rapina, aggressione, nelle zone centrali della città, che tendono scomparire in periferia. Mentre nelle zone periferiche della città si concentrano i reati prevalentemente legati alla detenzione di sostanze stupefacenti ai fini dello spaccio. Una forte polarità si riscontra nella zona sud-ovest della stazione Termini (via Giolitti), reati prevalentemente connessi al turismo, e alla stazione dei bus Tiburtina che si configura come un hub di snodo per il traffico di droghe leggere.
Una interessante sovrapposizione soprattuto per quanto riguarda i fini del blog è quella della presenza di alloggi popolari connesso a fenomeni autoctoni mafiosi e allo spaccio di sostanze stupefacenti. Il II Rapporto sulle Mafie nel Lazio individua 4 quartieri romani che sono soggetti a controllo territoriale da parte di mafie autoctone: a parte la Romanina gli altri sono quartieri in cui vi è la maggiore concentrazione di alloggi pubblici (vedi1.7 i quartieri di case popolari di Roma). Questo fenomeno si verifica a Ostia, Tor Bella Monaca e San Basilio in cui si concentrano più di 5 mila alloggi popolari. A Ostia in particolare si rileva come i reati sono prevalentemente distribuiti nella zona di Ponente dove appunto vi è la presenza degli alloggi pubblici. In questi stessi quartieri si è rilevato un disagio sociale particolarmente elevato, 18 volte superiore alla media romana. Corviale invece, da sempre nella vulgata luogo criminale, con i suoi 1200 appartamenti non presenta particolari criticità.
Sebbene una analisi dei fenomeni criminali esuli dalle competenze di questo blog si può senz’altro dire l’abbandono di politiche pubbliche tout court, che vanno dall’inserimento lavorativo alla coesione sociale, la forte concentrazione di nuclei disagiati, il deficit economico degli enti gestori di alloggi pubblici che si traduce in una carenza sia di controllo che di manutenzioni sono concause che hanno contribuito allo sviluppo del fenomeno.
Illustrazione dal II Rapporto sulle Mafie nel Lazio a cura dell’Osservatorio Tecnico-Scientifico per la Sicurezza e la Legalità.

Mafie a Roma

Una più approfondita analisi verrà svolta a fine anno quando saranno aggiunti i rimanenti mesi  e verrà sviluppata un mappa che intrecci fenomeni criminali, disagio sociale e presenza di alloggi pubblici.

Di seguito la mappa dei reati a Roma

2.2 Il disagio sociale nei quartieri di edilizia residenziale pubblica a Roma.

di Enrico Puccini e Federico Tomassi.

Elaborazioni GIS di Amedeo Ragusa.

Avvertenze
In questo articolo verrà analizzato il disagio sociale così come inteso dall’Istat, ossia con una serie di marcatori, disoccupazione, scolarizzazione ecc. Fra questi non vi sono due importanti parametri: il primo è il reddito, il secondo è il tasso di criminalità. Il reddito medio viene rilevato soltanto per Municipi ed è impossibile allo stato attuale confrontarlo con i quartieri. Il tasso di criminalità invece, che negli Stati Uniti è mappato e incide addirittura sulle quotazioni immobiliari, da noi è rilevato ma non reso pubblico.Inoltre definire il disagio sociale solo attraverso strumenti statistici senza una conoscenza territoriale può essere fuorviante e può portarci a una lettura distorta  del fenomeno. Date queste premesse tuttavia è un primo passo, parziale e limitato, per cerare di sviluppare qualche riflessione sul tema.

disagio.jpg

Disagio sociale a Roma
Il disagio sociale viene elaborato dall’Ufficio statistico del Comune di Roma, su dati Istat, solo per zone urbanistiche, che sono delle aree notevolmente più vaste rispetto ai quartieri. Questa elaborazione fornisce al massimo una visione d’insieme e a volte può indurci in errore. Ad esempio nella zona urbanistica di Torre Angela insistono i quartieri di Tor Bella Monaca e Torre Gaia, il primo uno dei maggiori a Roma per numero di alloggi popolari, l’atro una gated comunity che cela ville con giardino dietro la sbarra della sicurezza. Ovviamente nel calcolare il disagio per zone urbanistiche i dati degli abitanti del primo e del secondo si sommano. Da qui l’esigenza di avere un focus sugli alloggi popolari per comprenderne le meglio le dinamiche. Nel rilevamento del Comune di Roma alcuni valori sono errati poiché non si è tenuto conto delle residenze fittizie: ossia delle residenze che vengono concesse agli homless al fine di non decadere dai diritti civili. Per alcuni indirizzi vi sono migliaia di persone iscritte all’anagrafe che pur non abitando nell’area gravano sui rilevamenti statistici. In particolare la zona urbanistica di Torrespaccata che secondo il Comune ha un indice di 16 rispetto la media romana una volta escluse queste residenze assume un valore di 4. Al di là del valore delle singole zone, essendo questo il valore di picco, cambia la visione d’insieme sulla città: un conto è dire che il valore massimo su Roma è 8, un conto è dire che è 16.

Mappe a confronto

Mappa del disagio sociale nei quartieri di edilizia residenziale pubblica.
Ad un primo sguardo la mappa del disagio denota una città ancora dominata da una dinamica monocentrica. Infatti i quartieri con il disagio più alto si trovano nella fascia urbana al di là del raccordo. L’isolamento, la difficoltà di movimento ancora giocano un ruolo importante sulle dinamiche del disagio. A questa serie si ascrivono i quartieri di Labaro, Ponte di Nona, Tor bella Monaca, Tor vergata e Ostia, ognuno con le sue diversità (n. di alloggi, distanza dal centro, anno di costruzione e assegnazione, ecc.), ma accumunati dai massimi valori di disagio. Valori inferiori ma comunque rilevanti si registrano nella fascia interna ma a ridosso del GRA. San Basilio, Palmarola, Fogaccia, Corviale, Laurentino, Serpentara, per la maggior parte quartieri coevi, hanno simili caratteristiche con indici elevati. La terza fascia, quella più centrale e con gli interventi storici, ha indici invece più modesti sebbene più alti rispetto la media dell’area su cui insistono. Quartieri come Testaccio, San Saba, Donna Olimpia ma anche il Quarticciolo, realizzati prima della seconda guerra mondiale, dimostrano come il tempo giochi un ruolo nelle dinamiche della città.

DisagioSociale quartieri popolari 2

Rapporto fra i quartieri pubblici e le aree urbanistiche.
Ultima elaborazione è una comparazione fra i valori del disagio nelle zone urbanistiche e nei quartieri popolari. Si vede come in realtà i quartieri popolari hanno valori di picco, quantomeno doppi, rispetto l’area su cui insistono. Dalla elaborazione grafica si possono rilevare alcuni trend. Il gap maggiore fra i due valori si hanno nei quartieri storici, (San Saba, Tor Marancia, Garbatella, Donna Olimpia). Le aree intorno a questi quartieri sono da tempo considerate di pregio con conseguenti valori immobiliari elevati. Il maggior divario denota una maggiore differenza di qualità delle vita fra gli abitanti degli alloggi erp e quelli dell’intorno. Al contrario il minor divario corrisponde una omologazione fra la popolazione sia dentro che fuori i complessi erp. Questo si verifica nelle zone di Ponte Mammolo, Tor Cervara, Tufello, Tor Bella Monaca. Nel grafico gli interventi erp sono rappresentati in ordine cronologico, dal più datato, San Saba, al più recente, Ponte di Nona. La diagonale ascendente dell’indice di disagio sottolinea come questo e crescente negli interventi più recenti.

zone e quartieri

2.1 Diseguaglianze socio-economica di 42 nuclei ERP

Enrico Puccini & Federico Tomassi – giugno 2018
 
Rispetto all’insieme delle case popolari descritto nei precedenti post, localizzato in tutto il territorio comunale e anche nell’hinterland, e che comprende anche alloggi sparsi in quartieri di affitto o di proprietà, i nuclei ERP veri e propri sono in numero più circoscritto. Inserendo gli indirizzi del patrimonio comunale e regionale in un sistema GIS, e confrontandoli con i dati delle sezioni censuarie desunte dall’ultimo Censimento Istat nel 2011, è stato possibile individuare i nuclei insediativi maggiormente omogenei, ossia quelli in cui è elevata la quota di case popolari rispetto al totale delle abitazioni, e che abbiano almeno 400 residenti. Abbiamo aggiunto anche il residence cosiddetto Bastogi, che è dedicato all’emergenza temporanea, ma che per le sue caratteristiche di lunga permanenza è confrontabile con gli alloggi popolari.
In totale si tratta di 42 nuclei, che ricadono in tutti i municipi della città tranne il II: sono infatti 1 nel I Municipio, 6 nel III, 5 nel IV, 1 a cavallo tra IV e V, 4 nel V, 6 nel VI, 1 nel VII, 3 nell’VIII, 2 nel IX, 3 nel X, 4 nell’XI, 1 nel XII, 1 nel XIII, 3 nel XIV e 1 nel XV. Ci vivono 115mila residenti, pari al 4,4% della popolazione romana e al 68% degli abitanti nelle case popolari esaminate nei post precedenti. Riusciamo così ad analizzare con il dettaglio dei dati censuari le caratteristiche di due terzi della popolazione ERP di Roma.
L’elemento di forte caratterizzazione di questi nuclei è il disagio sociale. L’indice di disagio calcolato sulla base di disoccupazione, occupazione, concentrazione giovanile (popolazione con meno di 25 anni) e scolarizzazione (diploma superiore o laurea), facendo zero la media romana[1], è pari a 12,6 nell’insieme dei nuclei, ma con una forte varianza tra essi. Raggiunge infatti valori ancora più alti, superiori a 15, nei vari insediamenti esterni o prossimi al GRA di Ponte di Nona (18,9), Labaro Prima Porta (17,8), Tor Vergata (17,1), Bastogi (16,7), Ostia Nord (15,8), Corviale (15,3) e Fogaccia (15,2); tra i nuclei più popolosi l’indice è elevato anche a San Basilio (14,3), Tor Bella Monaca Ovest (14,2) ed Est (13,8) e Primavalle (12,5). L’indice scende invece sotto 10 nei quartieri più vecchi e centrali o in quelli più piccoli dove esiste un certo grado di mix sociale, come Valco San Paolo (5,4), Tor Tre Teste (5,8), Fidene Vecchia (6,5), Donna Olimpia (7,7), San Saba (7,8), Torre Gaia (8,7), Cinecittà Est (9,2), Garbatella (9,4) e Fidene Colle Salario (9,6), che comunque rimangono ampiamente sopra la media romana pari a zero. Adottando una prospettiva storica, il disagio sociale è più basso della media ERP negli insediamenti costruiti prevalentemente prima del 1945, dove ormai la successione delle generazioni ha sostituito gli inquilini originari con figli e nipoti, e si è quindi venuto a creare spontaneamente un certo livello di mix sociale, eventualmente favorito dal piano di dismissione del patrimonio pubblico e dalla conseguente vendita degli alloggi sul mercato.
Indice di disagio sociale nei nuclei ERP e a Roma (media romana = 0)
grafico 1
Tra le componenti del disagio sociale, così come è calcolato l’indice, le differenze nei livelli di istruzione incidono pesantemente, perché rappresentano un fattore cruciale nelle opportunità sociali ed economiche delle persone, nonché uno degli indicatori distribuiti in maniera maggiormente diseguale nel territorio urbano. I laureati nei nuclei ERP sono solo poco più del 4% rispetto alla media romana del 20%, e i diplomati sono il 22,5% contro la media del 36%; i residenti con licenza media inferiore sono invece il 39% rispetto al dato romano di meno del 24%, e quelli con licenza elementare il 25% contro poco meno del 14%. A rendere più grave il fenomeno, in alcuni nuclei la scolarizzazione risulta persino inferiore, con valori che mostrano una evidente seppure nota segmentazione della città che non può lasciare indifferenti: i laureati sono infatti meno del 3% a San Basilio, Labaro Prima Porta, Ostia Nord e Bastogi, e analogamente i residenti senza almeno un diploma sono ben l’84% a Labaro Prima Porta, 78-80% a Tor Vergata e Corviale, 75-77% a San Basilio, Tiburtino Nord, Primavalle, Acilia Sud, Monte Cucco, Torre Maura, Tor Cervara, Ostia Nord, Tor Sapienza, Laurentino, Tor Bella Monaca Ovest ed Est, Bastogi e Ponte di Nona.
Titoli di studio nei nuclei ERP e a Roma (%)
grafico 2
Le opportunità lavorative sono il contraltare di quelle educative: essere occupati non significa solo avere la possibilità di produrre reddito, ma anche e soprattutto far parte di una comunità, realizzare sé stessi, sentirsi inclusi. I dati disponibili per il mercato del lavoro sono tratti dal Censimento 2011, e quindi prima della grave recessione degli anni successivi, ma rappresentano comunque l’unica possibilità di indagare questi fenomeni a livello di quartiere, e vanno quindi considerati più dal punto di vista delle differenze tra aree urbane che come valori assoluti. Sulla popolazione con più di 15 anni, il tasso di partecipazione alla forza lavoro nei nuclei ERP è del 45,7%, inferiore rispetto alla media romana del 53%, il tasso di occupazione 36,8% contro la media del 47,9%, e il tasso di disoccupazione è addirittura doppio rispetto alla media romana (19,4% contro 9,5%). Anche in questo caso emergono per alcuni nuclei dati preoccupanti, che difficilmente possono essere stati riassorbiti negli anni più recenti, e che mostrano una forte scarsità di opportunità lavorative: il tasso di disoccupazione è del 28% a Ponte di Nona, poco meno del 26% a Bastogi, circa 24% a Tor Vergata, Ostia Nord e Acilia Nord. Dal lato opposto, la disoccupazione è quasi in linea con la media romana a Donna Olimpia (meno del 12%).
Tassi del mercato del lavoro nei nuclei ERP e a Roma (%)
grafico 3
[1] www.comune.roma.it/web-resources/cms/documents/Gli_indici_di_disagio_sociale_ed_edilizio_a_Roma_W.pdf

1.7 i quartieri di case popolari di Roma

QUARTIERI CASE POPOLARI Municipi Roma

Nelle precedenti analisi abbiamo visto la distribuzione di alloggi pubblici erp e fitti passivi erp per municipi e per zone urbanistiche [X]. In questa sezione scenderemo alla dimensione dei “quartieri” intesi nuclei autonomi all’interno di un agglomerato urbano. Più che di quartieri di case popolari sarebbe corretto parlare di case popolari nei quartieri. Al di la di alcuni esempi in cui la totalità degli alloggi sono case popolari la maggior parte degli interventi riguardano solo quota parte di alloggi pubblici. Al fine di definire una dimensione di ricerca si è stabilita la massa critica minima di cinquecento alloggi, tutti gli aggregati con un numero inferiore di alloggi sono stati esclusi dalla mappa.
Il patrimonio pubblico così filtrato ha rivelato che 62 mila alloggi su 74 mila sono aggregati in dimensioni consistenti, l’88% del totale.
I quartieri in cui esiste una maggiore concentrazione di alloggi pubblici a Roma sono:
Ostia Nord  5.536 alloggi
Tor Bella Monaca  5.521 alloggi
San Basilio  4.860 alloggi
Molti quartieri presentano fra loro relazioni di contiguità tanto da poter essere quasi considerati dei sistemi continui. Sulla mappa di Roma si evidenziano così 3 macro aree di interesse. La prima, e la più cospicua, è quella che va da Roma nord est a est e comprende i territori del III, IV, V, VI municipio.  In quest’area abbiamo la presenza di 43 mila alloggi, i 2/3 di tutti gli alloggi popolari aggregati in quartieri. All’interno della macro area si possono evidenziare dei sottosistemi determinati dagli assi di sviluppo viari fortemente caratterizzati tanto da poter essere definiti autonomi. Nel terzo municipio la sequenza Monte Sacro, Tufello, Vigne Nuove, Val Melaina, Serpentara e Fidene  aggrega 8 mila alloggi popolari. Nel quarto municipio i quartieri popolari che si sono sviluppati sulla Tiburtina, Casal Bruciato, Tiburtino sud, Pietralata, Ponte Mammolo e San Basilio contano complessivamente 12 mila alloggi. Sull’asse della Prenestina si sono sviluppati i quartieri di Gordiani, Alessandrino, Tor Tre Teste e Tor Sapienza che insieme sommano 5 mila alloggi. L’ultimo asse è in quest’area è quello definito dalla Casilina con la sequenza dei quartieri delle torri, Torre Spaccata, Torre Angela, Torre Gaia, Torre Maura, Tor Bella Monaca, che conta 8 mila alloggi.

2 Unione QUARTIERI CASE POPOLARI Municipi Roma

La seconda area di interesse è quella costituita dalle zone di espansione verso il mare, Roma sud-ovest. Questa può essere scissa in due sotto sistemi. La prima zona storica di espansione che si estende dai quartieri Testaccio, San Saba, Garbatella fino alla Magliana, (5 mila alloggi) e da una seconda area prossima al mare composta dagli insediamenti di Acilia, Draconcello e Ostia Nord (8 mila alloggi). Gli assi viari che ne hanno caratterizzato l’espansione sono la via Ostiense e la Via del Mare. La terza area di concentrazione è quella più modesta costituiva dai quartieri di Primavalle, Palmarola, Fogaccia in relazione di prossimità e forte concentrazione che conta circa 5 mila alloggi.

 

 

 

 

 

1.6 le case popolari a Roma, la distribuzione dell’intero patrimonio pubblico.

Ultimo articolo sul patrimonio di case popolari a Roma (erp) suddivise per municipi e zone urbanistiche che riunisce l’intera casistica del settore, ossia: alloggi erp regionali (Ater), alloggi erp comunali (Patrimonio Roma Capitale) e alloggi in fitto passivo (di Roma Capitale). Pertanto attraverso l’interazione di questi tre database è possibile definire il numero esatto di case popolari nei territori, una mappa inedita che neanche le amministrazioni possiedono non essendo i database in rete fra loro. Dall’analisi della distribuzione per Municipi si evince una maggiore concentrazione di alloggi in due aree. La prima e maggiore è quella di Roma est, in particolare terzo, quarto e sesto, che hanno più di 10 mila alloggi popolari per ciascun municipio. L’altra è definita dall’asse verso il mare con l’undicesimo e decimo municipio. Bisogna notare che la maggior parte del territorio del decimo municipio è costituito dalla riserva naturale di Castel Porziano così da far presagire una notevole presenza di alloggi popolari nella scarsa porzione costruita.

Alloggi Totali X Municipi-2

L’analisi svolta per Zone Urbanistiche ci aiuta a definire meglio le aree su cui insistono le case popolari nella capitale. Nella zona est le concertazioni maggiori si hanno nelle aree vicino al raccordo di Torre Angela e San Basilio e nelle zone interne di Tiburtino sud e Pietralata. Nell’asse verso il mare sono solo due le aree interessate: Acilia e Ostia Nord. Nel quadrante Ovest la zona di Primavalle è invece quella con una maggiore concentrazione tale da incidere sui valori dell’Intero municipio. Altra area di interesse è quella nord-est: Trullo, Vigne Nuove e Fidene presentano valori elevati. Se consideriamo le singole zone urbanistiche quelle con il numero maggiore di alloggi popolari sono: Torre Angela, 6244 alloggi, Ostia Nord, 5536 alloggi, San Basilio, 4680 alloggi e Primavalle-Fogaccia 3692 alloggi.

Alloggi Totali X ZU rivista

 

Roma, la casa e l’emergenza abitativa che non c’è…

Il dibattito che ruota intorno al settore casa e al tema dell’emergenza abitativa è spesso intriso di fatalismo. I numeri e le forze in campo fanno sì che tale problema sembri insormontabile.
Eppure dal 1971, da quando Insolera scrisse la terza edizione di “Roma moderna” in cui evidenziava i problemi abitativi dovuti alle migrazioni e alla forte conurbazione post-bellica, ad oggi la popolazione di Roma è rimasta sostanzialmente stabile, circa 2 milioni e 800 mila abitanti.
In quegli anni 70 mila persone vivevano nei baraccamenti della periferia romana[1]. Per far fronte alla situazione si diede via ad imponenti programmi di costruzione di cui una quota parte significativa furono i PEEP, i piani per l’edilizia economica e popolare. A Roma nel solo periodo fra in 1972- 1980 la produzione edilizia legale è stata di circa 83 mila abitazioni, di circa 65 mila abitazioni abusive e di 17 mila abitazioni non rilevate statisticamente ma con contratti di fornitura[2].
Oggi a 50 anni di distanza nonostante si sia costruito molto, e la popolazione sia rimasta stabile, ancora si parla di emergenza abitativa. Le stime attuali vertono su una prima necessità di 15 mila famiglie[3], di cui non più di 5 mila in condizioni simile a quelli dei baraccamenti, di certo una massa critica che non dovrebbe essere in grado di mettere in crisi una Città Capitale come Roma.
La composizione dei nuclei rispetto a quegli anni è notevolmente cambiata così come le esigenze spaziali dei singoli abitanti. Tuttavia la maggiore necessità spaziale pro capite non può tenere conto dei dati sul patrimonio edilizio romano. Le stime ci parlano di un sottoutilizzo del patrimonio privato del 50%[4] e addirittura del 70% del patrimonio pubblico. Solo a Corviale, per fare un esempio, vi sono 300 alloggi da 118 metri quadri in cui ormai abita un anziano solo[5]. Un fenomeno distorsivo che perlomeno nel pubblico deve essere affrontato.
L’attuale dibattito intorno al tema è tuttavia ancora dominato da approcci ideologici e da posizioni precostituite che si basano su alcuni assiomi:
Il primo è quello della carenza degli alloggi o di luoghi che si potrebbero dedicare all’accoglienza. Nella città di Roma vi sono circa 50 mila alloggi privati sfitti, molti spazi di risulta, attività dismesse, luoghi abbandonati e, come abbiamo visto, un tasso di sottoutilizzo del patrimonio pubblico prossimo al 70%. Le case popolari, Ater e Comune, a disposizione dei romani sono 77 mila, come quelle di uno dei quindici municipi romani, in cui abita una popolazione di circa 200 mila persone, come due medi capoluoghi di provincia, ad esempio Trento e Modena, una città nella città. Le case popolari sono poche se paragonate all’intero stock abitativo della capitale, 1 milione e 250 mila alloggi, ma se le mettiamo in relazione con il solo mercato degli affitti, 251 mila alloggi, allora scopriamo che un alloggio su tre in affitto a Roma è una casa popolare[6]. Pertanto il pubblico dovrebbe godere di una posizione egemone in questo mercato, posizione che mai è riuscito ad esercitare.
In questo patrimonio vi sono 15 mila nuclei, fra abusivi e decaduti, che non vi dovrebbero risiedere e si stima che circa mille alloggi vengano occupati ogni anno[7]. In questo scenario una riqualificazione e razionalizzazione degli spazi ma anche una nuova visione gestionale sembra essere la risposta più valida per diversi motivi: il primo per i più rapidi tempi di realizzazione rispetto a nuovi programmi costruttivi, il secondo perché questa modalità operativa evita consumo di suolo, il terzo perché può essere l’opportunità per una efficace rigenerazione urbana dei quartieri e dei loro tessuti sociali.
Il secondo assioma è che l’attuale stato di immobilismo dipenda dalla scarsità delle risorse, la crisi economica che si protrae dal 2008 ha profondamente inciso con tagli lineari nel settore.  Sebbene le risorse andrebbero sicuramente implementate in questa fase storica anche quelle già stanziate giacciono inutilizzate per difficoltà operative. Pertanto la priorità dovrebbe essere come renderle disponibili in tempi brevi. Attualmente vi sono a disposizione 14 milioni risparmiati annualmente dalla chiusura dei residence della delibera 368/2013, 40 milioni, prima trance di 194, della delibera regionale 110/2016 per l’emergenza abitativa, 12 milioni della delibera comunale 150/2014 per l’emergenza abitativa e 47 milioni per operazioni di ristrutturazione dei complessi residenziali pubblici della legge 80/2014. Mai come in questa fase storica rispetto agli ultimi venti anni vi sono stati così tanti fondi per affrontare il problema, 264 milioni di euro.
Se consideriamo questi tre fattori: la non critica domanda di alloggi di prima necessità (non più di 5 mila), la vastità e le potenzialità di trasformazione del patrimonio pubblico, la disponibilità di fondi per le trasformazioni non possiamo non rilevare come l’emergenza abitativa romana sia determinata più da una inerzia amministrativa che dalla drammaticità della situazione.
A Roma pertanto non esiste alcuna emergenza abitativa, i dati sulle famiglie in condizioni disagiate sono da anni consolidati e strutturali. Quella che invece esiste è una emergenza gestionale, una emergenza di pianificazione pluriennale e soprattutto una emergenza legata alla carenza di una visione politica.
[1] Italo Insolera, Roma Moderna, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2011, p.282.
[2] AA. VV., Abitare la periferia. L’esperienza delle 167 a Roma, Roma, Camera di commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Roma, 2007 p.101.
[3] Enrico Puccini, Verso una politica della casa: dall’emergenza romana ad un nuovo modello nazionale, Ediesse edizioni, Roma, 2016, p.69.
[4] Cresme, Roma, La Domanda di Abitazioni. Dimensioni, qualità e scenari, Roma, 2012, p.59.
[5] Censimento Ater Roma 2016.
[6] Dati dal censimento Istat 2011.
[7] Interpolazione dati delle sanatorie sugli alloggi e.r.p.