La città dei 15 minuti, innovazione o semplificazione?

L’idea di una città dei 15 minuti, lanciata dal direttore scientifico della Sorbona di Parigi Carlos Moreno, ha subito riscosso un successo unanime. L’idea di base è semplice: una città in cui tutti i servizi siano a disposizione dei cittadini ad una distanza massima di 15 minuti in bicicletta o a piedi. Direi talmente semplice da essere quasi scontata. Bisogna ricordare che il rapporto fra casa e città è considerato fondamentale nella pianificazione urbana almeno dagli anni Sessanta da un punto di vista legislativo, e concettualmente da molto prima di allora. Con il sistema dei servizi, la città è di fatto una estensione dell’alloggio. Il D.M. 1444 del 1968 stabiliva, cinquant’anni fa, che la costruzione di alloggi dev’essere accompagnata dalla realizzazione di un certo numero di servizi: verde, sport, uffici ecc. Di fatto la maggior parte dei quartieri realizzati da allora  ha tentato una piena integrazione fra questi aspetti.

Ovviamente gli obblighi legislativi impongono la realizzazione degli spazi fisici e delle cubature atte a contenere i servizi, poi il fatto che questi siano effettivamente occupati ed usati è altra storia. Un esempio chiarificatore e noto a tutti è la presenza degli spazi commerciali nelle nostre periferie pubbliche, che sono per la maggior parte vuoti. Stesso discorso per i laboratori artigianali, come il quarto piano del Corviale rimasto a lungo inutilizzato, o per le scuole progettate in un momento di espansione demografica, oggi vuote. Solo nel quadrante di Tor Sapienza ve ne sono due abbandonate. In sintesi non basta progettare e realizzare spazi per i servizi affinché questi effettivamente funzionino: c’è bisogno di altro. Un metodo utile a comprendere come stanno realmente le cose potrebbe essere quello di applicare i criteri della Post-Occupacy-Evalutation[1] ai quartieri realizzati dal dopoguerra in poi. Questa metodologia analizza le differenze intercorse fra due diverse fasi: dal progetto alla realizzazione, per rilevare l’effettiva  realizzazione dei servizi, e dalla realizzazione  all’uso, per capire se i servizi realizzati sono stati poi avviati. La fotografia di questi tre momenti – Progetto, Realizzazione e Uso – sarebbe molto utile per capire lo stato dell’arte sulle nostre periferie.

Fatto sta che in questi anni il dibattito sulle Periferie è stato dominato dal tema della carenza dei servizi, di fatto eludendo la complessità delle diverse situazioni territoriali.

Mancano infatti analisi, come quella già citata P-O-E, sulle condizioni socio-economiche dei residenti, sullo stato dei trasporti, e via dicendo. Mancano poiché è lo stesso pubblico, che avrebbe l’obbligo di svilupparle, per primo non ha a forza di metterle in campo. Eppure a Roma vi sono oltre alle tre Università Pubbliche più di 150 centri di Ricerca che producono copiosi materiali, ma che nessuno si prende la briga di commissionare o sistematizzare. Insomma servirebbe un Osservatorio che metta in rete tutte queste realtà con le Amministrazioni. Il problema non è di poco conto, poiché nel frattempo la città cresce, si sviluppa e al tempo stesso le amministrazioni prendono decisioni su di essa. Ma, per fare un paragone medico, è come se noi andassimo in ospedale e fossimo sottoposti ad un intervento senza alcuna diagnosi, senza alcuna analisi, solo in base alle “intuizioni” dei medici. Voi lo fareste?

In ultimo la città del quarto d’ora applicata a Roma può funzionare? Roma è caratterizzata da una estensione enorme, 1.287 kmq, e al tempo stesso da densità abitative basse. Dunque portare i servizi pubblici in molti quartieri – come nelle zone ex-abusive – ha un costo elevato per la collettività.

Le evocative immagini che illustrano il dossier del comune  di Parigi difatti sembrano prendere a modello gli isolati della città compatta, in cui attraverso pedonalizzazioni e risignificazione di luoghi pubblici lo spazio relazionale diviene dominante. Ma diverso effetto avrebbero nei tessuti ex-abusivi a bassa densità in cui lo spazio pubblico è stato eroso dai privati, vedi addiritura la carenza di marciapiedi, o nei complessi intensivi moderni dove  però la distanza fra gli edifici è intermezzata da ampi spazi verdi e parcheggi a raso. Insomma la citta dei 15 minuti sembra essere la risposta perfetta per la città compatta del futuro mentre pone una serie di questioni sugli altri tessuti insediativi.

La città dei 15 minuti (esempio 1)
La città dei 15 minuti (esempio 2)

 

 

Per fortuna sono gli stessi francesi a sollevare  qualche dubbio sulla città del quarto d’ora. Una ricerca, pubblicata sull’Observatoire national de la politique della ville (loro l’Osservatorio lo hanno), organo ufficiale della Agence Natinale de la Cohésion des Territores, ha svolto una ricognizione sulle “periferie” francesi che loro chiamano Quartieri Prioritari – che approfondiremo  in un secondo momento. Questa indagine ha evidenziato come l’accessibilità, entro il quarto d’ora a piedi, ad attrezzature sportive, al sistema sanitario, alle strutture culturali sia di fatto migliore in questi quartieri rispetto ad altri:

“il 97,6% dei residenti Quartieri Prioritari può accedere ad almeno un medico di base in meno di 15 minuti di cammino rispetto all’85,8% degli abitanti degli altri quartieri, il 99% ad almeno una struttura sportiva rispetto al 90% degli abitanti degli altri quartieri, il 70,8% almeno una struttura culturale contro 58,5% degli abitanti di altri quartieri”

Di fatto questa rilevazione mette in crisi il facile assioma che i quartieri periferici non funzionano perché non vi sono i servizi. Di sicuro i servizi hanno un impatto notevole sulla qualità dei luoghi ma forse abbiamo bisogno anche di altro.

[1] Per approfondire consigliamo la lettura di: Paolo Costa, Valutare l’architettura, Ricerca sociologica e Post-Occupancy-Evaluation, Franco Angeli, 2014, Milano.