Cinquant’anni dopo gli scioperi del 1969 La casa: una “nuova questione abitativa”

sciopero.jpeg

 

 

Roma, 19 novembre 2019

“La casa: una nuova questione abitativa”

Presiede e coordina Ivana Veronese, segretaria confederale Uil, introduce Giulio Romani segretario confederale Cisl. Seguono: Giovanni Carlo Cancelleri, viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti; Alessandro Almadori, Federcasa; Daniele Barbieri, sindacato inquilini; Giorgio Benvenuto, Fondazione Bruno Buozzi; Vezio De Lucia, urbanista; Simone Ombuen, Istituto Nazionale di Urbanistica; rappresentante Conferenza delle Regioni e delle Provincie autonome; videomessaggio di Antonio De Caro, presidente Anci. Conclude Gianna Fracassi, vicesegretaria generale Cgil.

 

Appunti dalla relazione introduttiva di Vezio De Lucia.

Confesso che sono emozionato. Torno dopo trent’anni nei luoghi dove ho lavorato e dove ho vissuto, dalla parte del governo, le vicende di cui oggi parliamo. Ma nel 1990, da direttore generale dell’urbanistica, fui rimosso dall’incarico dal famigerato ministro Prandini.

All’origine del grande sciopero del 19 novembre 1969 c’è l’annuncio della Fiat nel marzo del 1969 di voler assumere 15.000 nuovi addetti da reclutare nel Mezzogiorno, determinando tensioni e contestazioni sul pesante aggravamento delle già pessime, schifose, condizioni abitative nell’area torinese e l’accentuazione della crisi nelle regioni meridionali.

La Fiat propose di costruire baracche nei comuni della cintura e in fabbriche dismesse nella città. I previsti insediamenti erano tagliati fuori dai centri abitati quindi privi di ogni servizio collettivo (negozi, bar, uffici pubblici, ecc.) e senza servizi di trasporti pubblici. Diego Novelli ricorda che le caratteristiche delle baracche erano: lunghezza 55 metri, larghezza 10, altezza 2,70. Ogni box (m.4,40 x 4,40) conteneva quattro posti letto. Lo spazio utile, tolti i letti e gli armadietti e un eventuale tavolino da un metro quadro, risultava essere di 6,6 metri quadrati per quattro persone, vale a dire 1,65 mq per persona.

Alla proposta della Fiat, Torino reagì con lo sciopero generale Cgil, Cisl, Uil di tutte le categorie del 3 luglio del 1969. Si trattò di un avvenimento eccezionale, per la prima volta gli operai scesero in lotta per motivi che non riguardavano la vita interna della fabbrica, né i problemi del salario o dell’orario di lavoro. Come si disse allora, il sindacato uscì dalla fabbrica. Né si poteva parlare di sciopero politico come era successo contro la legge truffa, nel 1953, e contro il governo Tambroni eletto con i voti fascisti, nel 1960.

Chi non capì la portata e il significato di quello storico sciopero, che aveva visto nella provincia di Torino ben 600.000 lavoratori incrociare le braccia, fu Gianni Agnelli, presidente della Fiat, che si domandò sorpreso e indignato il perché di quella imponente manifestazione e soprattutto chiedeva ai sindacati ragione di quella agitazione che colpiva la produzione, quindi direttamente la Fiat, del tutto estranea, secondo lui, alla cause che erano alle origini della protesta: “cosa c’entra la Fiat con la mancanza di case per i lavoratori?”

La tensione che attraversava la classe operaia di Torino fu colta anche dalla Gazzetta del Popolo che, per la prima volta, dopo decenni di sudditanza alla Fiat, esplicitamente chiamò in causa le responsabilità dell’azienda. Il 16 settembre 1969 il direttore Giorgio Vecchiato scrisse che il sindacato alla Fiat “è debole principalmente perché, in venti anni, è stato svuotato, quando non comprato. […] La città scoppia. Si moltiplicano i posti di lavoro, ma mancano le case, i servizi, i trasporti, le fognature, le scuole, gli ospedali, le biblioteche. I pendolari perdono ogni giorno ore e ore, che per loro sono ore di lavoro. Nei cameroni degli speculatori si dorme a 15 mila lire per letto, a rotazione; la spesa può toccare le 30 mila lire. Un appartamento decente porta via metà dello stipendio. I ghetti, nel decrepito centro sabaudo o nella cintura, danno alimento alla degradazione ed alla promiscuità, e quindi alla protesta. L’immigrato non si appaga più delle centomila mensili, avendo in cambio un pagliericcio infetto od una panca alla stazione”.

Nell’estate del 1969 scioperi e manifestazioni si moltiplicarono e si estesero da Torino a tutta l’Italia efu proprio la vertenza per la casa e per una nuova politica urbanistica che infiammò l’autunno caldodel 1969.

Cgil, Cisl e Uil proclamarono per il 19 novembre uno sciopero generale di tutte le categorie. L’Italia fu bloccata, mai prima si era vista una manifestazione così possente e partecipata.

La risposta furono le bombe del 12 dicembre a Milano e a Roma. Nel capoluogo lombardo un’esplosione nella Banca nazionale dell’agricoltura, a piazza Fontana, provocò la morte di 17 persone e 88 feriti. Cominciò così la strategia della tensione caratterizzata da attentati e stragi che insanguinarono l’Italia per tre lustri. Le principali tappe di questa lunga tragedia furono:

  • 22 luglio 1970 stazione di Gioia Tauro, 6 morti e 66 feriti
  • 17 maggio 1973 Questura di Milano, 4 morti e 46 feriti
  • 28 maggio 1974 piazza della Loggia a Brescia, 8 morti e 102 feriti
  • 4 agosto 1974 Italicus a San Benedetto Val di Sambro, 12 morti e 105 feriti
  • 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, 85 morti e oltre 200 feriti
  • 23 dicembre 1984, treno 904, ancora a San Benedetto Val di Sambro, 17 morti e 260 feriti.

Poche e incerte le verità giudiziarie, ma è fuori discussione l’impronta della destra eversiva che tentò di contrastare l’autunno caldo e le conquiste del movimento operaio e sindacale.

Attenti osservatori (primo Antonio Cederna) videro nella strage di piazza Fontana e nella strategia della tensione il tentativo di ostacolare, innanzi tutto, ogni ipotesi di riforma urbanistica edell’intervento pubblico in edilizia. Sembra che si ripeta, ma stavolta in forma cruenta, il copione dell’estate del 1964, quando Nenni avvertì un tintinnar di sciabole al tempo della formazione del secondo governo Moro. Si trattava del tentato un colpo di Stato (il Piano Solo) del generale De Lorenzo svelato da l’Espresso qualche anno dopo. Finalmente il libro di Mimmo Franzinelli, Il piano Solo, del 2010, ha confermato che il colpo di Stato era stato organizzato per impedire la riforma urbanistica e non per ragioni politiche (la paura dei comunisti al governo). Il libro di Franzinelli documenta anche le responsabilità, a partire dal mandante, il presidente della Repubblica Antonio Segni.

Dopo lo sciopero del 19 novembre 1969, durò due anni il braccio di ferro fra chi voleva limitarsi ariverniciare decrepite istituzioni e i sostenitori del radicale rinnovamento dell’intervento pubblico inedilizia (il sindacato, il Pci, una parte dei socialisti e dei democristiani). Infine, nell’ottobre del 1971 fu approvata la nuova legge per la casa (n. 865), il risultato forse più incisivo della politica di riforme del primo centro sinistra che prevede, tra l’altro:

  • la riorganizzazione degli strumenti e del finanziamento dell’intervento pubblico, con l’eliminazione di decine di enti inutili
  • l’introduzione di nuove norme per l’esproprio favorevoli ai comuni
  • l’abrogazione dell’articolo 16 della legge 167 che consentiva la realizzazione di alloggi anche da parte dei proprietari dei suoli destinati a Peep.

Il risultato ottenuto fu importante. In quegli anni sembrava che la lotta alla rendita avesse raggiunto risultati rilevanti, basta ricordare l’intervista di Gianni Agnelli a l’Espresso del novembre 1972:

“Il mio convincimento è che oggi in Italia l’area della rendita si sia estesa in modo patologico. E poiché il salario non è comprimibile in una società democratica, quello che ne fa tutte le spese è il profitto di impresa, questo è il male del quale soffriamo e contro il quale dobbiamo assolutamente reagire. Oggi pertanto è necessaria una svolta netta. Non abbiamo che due sole prospettive: o uno scontro frontale per abbassare i salari o una serie di iniziative coraggiose e di rottura per eliminare i fenomeni più intollerabili di spreco e di inefficienza”.

Due piccole annotazioni per concludere sulla stagione degli scioperi e delle riforme: 1.      La primariguarda la differenza fra i risultati raggiunti negli anni 1969-1971 e il fallimento della propostaSullo del 1963. La differenza sta senza dubbio nella partecipazione del movimento operaio esindacale, che all’inizio del centro sinistra era stato assente, lasciando soli gli esponenti politiciriformatori.

  1. La seconda riflessione riguarda il fatto che, come vedremo, all’impegno risoluto e vincenteper ottenere leggi di riforma non corrispose, negli anni successivi, analoga determinazione pertradurre le nuove norme in opere e fatti concreti. Profeticamente, Riccardo Lombardi, nellaprefazione a un libro di Michele Achilli del 1972 sulle vertenze per la casa, aveva ricordato che ilpresidente Franklin Delano Roosevelt volle scritto nella legge riguardante la Tennessee ValleyAuthority che ad attuare quella legge dovesse essere chiamato solo “chi era persuaso della suagiustezza e utilità”.

Dopo la legge 865, continuò l’indimenticabile “processo di riforma” degli anni Settanta con:

  • la riforma urbanistica della legge Bucalossi
  • la legge per l’equo canone
  • la legge relativa al cosiddetto piano decennale per la casa.

Ma la stagione delle riforme durò pochissimo. All’inizio degli anni Ottanta, la Corte costituzionalecancellò le riforme del decennio precedente. Cominciò così la controriforma degli anni Ottanta, che non è mai finita.

Il liberismo di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan attraversa la manica e l’Atlantico e travolge in particolare l’Italia, anche la sinistra italiana. Secondo Giorgio Ruffolo, con gli anni Ottanta “finisce l’età dell’oro del compromesso socialdemocratico, quando la crescita economica si accompagnava alla riduzione delle disuguaglianze”.

In allegato il “Manifesto Unitario” del 1969, il Documento con le “Indicazioni dei Sindacati per Casa consegnato al governo nel 1969 e la Piattaforma unitaria presentata il 19 novembre al MIT a 50 anni di distanza.

 

Scarica qui la piattaforma unitaria Cgil, Cisl e Uil.

Scarica qui le slides.

Scarica qui l’opuscolo.

Stranieri, rom e case popolari, cosa sta accadendo?

Episodi razzisti e xenofobi stanno aumentando esponenzialmente a Roma, quasi sempre collegati al tema delle assegnazioni delle case popolari. La contrapposizione, in un periodo di scarse risorse, fra italiani e stranieri o minoranze in genere è frutto della “fobia dell’altro” o esiste una iniquità nella redistribuzione dei benefit che alimenta tensioni sociali?

Una forte presenza di stranieri in graduatoria per l’alloggio popolare, stime Federcasa si attestano al 46 per cento, e uno sbilanciamento della presenza di alloggi grandi (41%) che per legge possono essere assegnati solo a nuclei numerosi, in cui sono la categoria più rappresentativa, sembrano favorirli in questa fase per l’assegnazione delle case popolari (link articolo di approfondimento). Va detto che nella Graduatoria ai primi 1.500 posti vi sono 80% di single, prevalentemente anziani soli, quindi il problema non è la composizione delle graduatorie con i relativi punteggi (vedi polemiche sui 18 punti all’emergenza) ma il fatto che nel patrimoni pubblico abbiamo solo un 11% di alloggi piccoli (vedi articolo analisi graduatoria). Cerchiamo di capire come stanno le cose, anche perché il problema non è solo romano, è nazionale. Il fenomeno è difatti esploso in tutta Italia e la risposta, di comuni e regioni di centro-destra, è stata l’innalzamento dei requisiti per l’accesso, come la residenza nei comuni da tre a dieci anni, in buona sostanza una barriera all’accesso. (in calce una breve rassegna stampa).

Per capire se esistono iniquità in prima battuta analizziamo la presenza di stranieri dentro le case popolari a Roma per poi tentare qualche proiezione futura. Ricordiamo che nelle case popolari romane abitano 200mila persone come un medio capoluogo di provincia o uno dei municipi romani, una città nella città.

Partiamo dal tema generale dell’immigrazione a Roma attraverso l’analisi dei dati anagrafici utilizzando due fonti, l’Istat e l’Anagrafe del Comune di Roma. La presenza di cittadini stranieri nella capitale secondo ISTAT è passata da un 4,8 nel 2004 ad un 13,4 per cento nel 2018, secondo l’Anagrafe capitolina da un 7,2 a un 13,4 per cento. Quindi vi è stato un sostanziale incremento del fenomeno migratorio che ha quantomeno raddoppiato le presenze di stranieri in questi ultimi anni. L’incremento maggiore vi è stato dal 2004 al 2011, mentre negli anni dal 2013 al 2018 gli incrementi sono molto minori. Per cui la prima considerazione che viene da fare è che ci stiamo occupando di un fenomeno che ha già espresso la sua fase di picco.

grafico pop straniera

Il dato complessivo di presenze, 13,4 per cento sul territorio romano, non è però esaustivo perché impossibile da mettere in relazione con gli alloggi popolari per la complessa configurazione della immigrazione (per approfondire link a Mapparoma). Molto più utile è la stima Istat degli stranieri in fascia di povertà assoluta, fascia a cui le case popolari sono destinate, dove sono rappresentati da un rilevante 32%.

Ma quanti sono oggi gli stranieri nelle case popolari?

Risulta complesso poter elaborare una stima poiché nonostante gli enti gestori, Roma Capitale con 28mila alloggi e Ater Roma con 48mila, svolgano censimenti ogni due anni i dati non vengono divulgati. Federcasa, ente che rappresenta tutti i gestori di edilizia pubblica, stima a livello nazionale la loro presenza al 7 per cento, quindi un dato modesto. Per avere una stima officiale su Roma dobbiamo rifarci, quindi, all’ultimo censimento generale Istat, del 2011.

Nella ricerca, sviluppata insieme a Federico Tomassi sui quartieri popolari, la presenza di stranieri è stata messa in relazione con l’anno di assegnazione degli alloggi, e non di costruzione come riportato invece nei dati Istat, in modo da poter costruire un andamento storico.

Gli stranieri residenti a Roma nei quartieri di edilizia residenziale pubblica

( Elaborazione Puccini e Tomassi su dati Istat 2011)

Quartiere Municipio Anno di assegnazione Stranieri %
San Saba 1 1914 2,1
Garbatella 8 1930 2,4
Donna Olimpia 12 1938 2,1
Primavalle 14 1939 1,8
Tufello 3 1940 2,3
Torre Gaia – Villaggio Breda 6 1941 2,6
Quarticciolo 5 1942 3,2
Monte Cucco 11 1945 1,8
Valco San Paolo 8 1950 3,0
Gordiani 5 1955 2,2
San Basilio 4 1960 1,8
Tor Marancia 8 1960 2,7
Trullo 11 1960 2,1
Ponte Mammolo 4 1962 2,6
Spinaceto 9 1969 1,9
Fogaccia – Torrevecchia 13 1971 2,2
Tor Cervara 4-5 1980 1,8
Tor Sapienza 5 1980 3,6
Laurentino 9 1980 1,7
Fidene Vecchia 3 1982 1,6
Fidene – Colle Salario 3 1982 4,3
Cinecittà Est 7 1982 4,4
Labaro – Prima Porta 15 1983 1,1
Torre Maura 6 1984 1,1
Magliana 11 1984 1,9
Corviale 11 1984 3,6
Vigne Nuove 3 1985 2,2
Palmarola – Quartaccio 14 1985 2,1
Tiburtino Nord 4 1987 1,9
Tiburtino Sud 4 1987 2,0
Casal de’ Pazzi 4 1987 2,4
Tor Bella Monaca 6 1987 3,3
Val Melaina 3 1988 1,4
Acilia Nord 10 1989 1,6
Ostia Nord 10 1989 3,0
Serpentara 3 1990 1,8
Acilia Sud 10 2002 4,0
Tor Vergata 6 2004 1,9
Tor Tre Teste 5 2005 1,2
Ponte di Nona 6 2007 12,0

Come si vede la percentuale di stranieri è minima, una media di 2,6 abitanti ogni cento, in una città il cui valore medio, già nel 2011, era molto più alto, del 10,7. Colpisce che il valore più basso sia Torre Maura con solo 1,1% mentre il valore di picco si ha a Ponte di Nona, il quartiere più recente, assegnato nel 2007, con una presenza rilevante del 12%, che rappresenta l’ultimo significativo insediamento pubblico. Il che denota una situazione in rapida evoluzione negli ultimi anni. Il censimento Istat fotografa una situazione datata ormai 8 anni fa, che però possiamo attualizzare con delle proiezioni. In questo agevola il fatto che gli alloggi pubblici vengano assegnati attraverso un bando. Dal 2011 ad oggi sappiamo che sono stati assegnati circa 2mila alloggi (il 2,7% del totale) a Roma e che la quasi totalità sono alloggi di risulta, ossia recuperati essendo scarsissime le nuove costruzioni, che quindi insistono su questi stessi quartieri. Anche se ipotizzassimo che fossero andati tutti a nuclei stranieri, ipotesi surreale, avremmo un incremento totale del solo 2,7 per cento, per un complessivo 5,3 per cento, mentre la popolazione straniera in città al 2018 è del 13,4. Sembra quindi che gli stranieri siano addirittura sotto rappresentati, anche in valori assoluti, all’interno della edilizia residenziale pubblica. Ma cosa è successo? Mentre aumentavano le presenze in città la scarsa possibilità di accesso agli alloggi popolari ha spinto la popolazione straniera verso altre forme di sistemazioni. In buona sostanza il basso tasso di ricambio degli alloggi, sui 250 con un picco di 500 all’anno scorso, ha funzionato da sbarramento all’accesso degli stranieri.

Quota parte si sono riversati in aree urbane con canoni di locazione vantaggiosi, come la Borghesiana, vicino a Tor Bella Monaca, dove gli stranieri rappresentano il 21% della popolazione, oppure il famoso caso di Torpignattara dove sono il 22,1%;  altri nei comuni dell’hinterland serviti da rapide connessioni con la capitale, come ad esempio Ladispoli dove gli stranieri sono arrivati al 18,6% della popolazione; e altri ancora, la fascia più debole, nelle 66 occupazioni abitative dove la percentuale di stranieri varia dal 70 al 90%, circa 3mila nuclei familiari.

Se rapportiamo la percentuale di stranieri nell’erp (5,3%) e con le altre zone di Roma appare come evidente come i quartieri di edilizia residenziale pubblica siano i meno multietnici della capitale, non solo in confronto alle altre periferie, zone ex abusive, ma persino in relazione con alcuni  quartieri centrali.

Le zone urbanistiche di Roma con la maggiore percentuale di stranieri (Anagrafe Capitolina)

STRANIERI 2018
Cod. Nome Municipio Stranieri totale 2018
Unità di misura >> % residenti
16X Villa Pamphili 12 54,4
20° Martignano 15 52,1
1X Zona Archeologica 1 49,8
10X Ciampino 7 47,4
12X Tor di Valle 9 46,7
7F Casetta Mistica 5 35,7
Tor S. Giovanni 3 34,8
2X Villa Borghese 2 33,0
20E Grotta Rossa Ovest 15 31,1
11Y Appia Antica Sud 8 31,1
11X Appia Antica Nord 8 30,7
1B Trastevere 1 28,5
Centro Storico 1 27,4
6C Quadraro 5 27,3
1E Esquilino 1 26,6
20X Foro Italico 15 25,0
7H Omo 5 24,7
20N Cesano 15 24,6
20C Tomba di Nerone 15 24,0
3X Università 2 23,5
15E Magliana 11 23,0
20H La Storta 15 22,9
8D Acqua Vergine 6 22,4
Torpignattara 5 22,1
8G Borghesiana 6 21,0
10G Romanina 7 20,8

Le zone urbanistiche con la minore percentuale di stranieri ( Anagrafe Capitolina)

4 – STRANIERI 2018
Cod. Nome Municipio Stranieri totale 2018
3Y Verano 2 3,5
7E Tor Tre Teste 5 3,8
4E Serpentara 3 4,5
10F Osteria del Curato 7 4,5
10I Barcaccia 7 5,2
12C Torrino 9 5,4
11G Grottaperfetta 8 5,5
5D Tiburtino Sud 4 5,8
12E Cecchignola 9 5,8
12D Laurentino 9 6,0
5B Casal Bruciato 4 6,8
4F Casal Boccone 3 7,0
5I S. Alessandro 4 7,1
10D Pignatelli 7 7,2
4C Monte Sacro Alto 3 7,6
10C Quarto Miglio 7 7,7
13E Ostia Antica 10 7,9
4B Val Melaina 3 8,1
10L Morena 7 8,2
5E S. Basilio 4 8,3
2A Villaggio Olimpico 2 8,3
15F Corviale 11 8,4
12G Spinaceto 9 8,7
4I Tufello 3 8,8

Il paradosso è che mentre oggi ci troviamo ad affrontare il caso “degli stranieri e le case popolari” il fenomeno migratorio, come dimostrano gli scarsi incrementi demografici di quest’ultimi anni, sembra essersi attenuato, sia a livello romano a che livello nazionale.

La scarsa offerta di alloggi popolari a fronte di una richiesta che è cresciuta esponenzialmente ha fatto si che in questi anni le istanze si accumulassero in graduatoria per cui oggi la presenza di stranieri negli ultimi bandi di assegnazione risulta molto più rilevante rispetto al passato. Il dato nazionale sembra essere in scia con queste considerazioni: attualmente abbiamo un 7 per cento di stranieri che risiedono nelle case popolari, sono il 32 nella fascia di povertà assoluta, e un 44 per cento nei bandi di assegnazione. L’impatto delle migrazioni si sta, per queste cause, scaricando solo ora sul settore della casa e di conseguenza nei quartieri erp, che come si è visto sono quelli con la minore presenza di stranieri. Se innalzare le soglie d’accesso serve solo a rimandare il problema nel tempo quello che dovremmo fare, oltre a razionalizzare il patrimonio e aumentare l’offerta di alloggi perché questo è il vero problema, è accompagnare questo processo affinché non risulti problematico né per le nuove famiglie assegnatarie che per i quartieri.

Ps: questa ricerca, che spero sia utile a chiarire la situazione, è stata svolta con estrema fatica per il difficile reperimento dei dati. Quanto potrebbe giovare al tema Osservatorio Istituzionale con la partecipazione di Ministero, Regione, Comune, Sindacati Inquilini, esperti del settore, ecc., in cui poter scambiare i dati e studiare delle strategie di medio o lungo periodo?

Una breve assegna stampa sul tema

http://www.ilpopulista.it/gallery/21-Marzo-2018/24644/le-case-popolari-ad-ancona-tutte-agli-immigrati.html

https://www.anconatoday.it/politica/case-popolari-accesso-isee.html

http://www.umbria24.it/attualita/perugia-case-popolari-massimo-punteggio-a-chi-risiede-da-15-anni-assegnatari-italiani-sono-il-70

http://www.umbria24.it/attualita/case-popolari-perugia-piu-italiani-nei-posti-buoni-lassegnazione-rischio-della-guerra-poveri

http://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/lombardia-notizie/DettaglioNews/2019/03-marzo/18-24/bolognini-nuovo-regolamento-assegnazione-case/bolognini-nuovo-regolamento-assegnazione-case

http://www.torinoggi.it/2018/10/15/leggi-notizia/argomenti/politica-11/articolo/case-popolari-a-torino-fdi-prima-gli-italiani-per-stranieri-obbligo-di-residenza-da-10-anni.html

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/02/08/sesto-san-giovanni-il-documento-e-impossibile-da-avere-stranieri-esclusi-dallassegnazione-delle-case-popolari/4955557/

https://www.globalist.it/politics/2019/02/04/salvini-nuovo-affondo-agli-stranieri-case-popolari-solo-a-chi-non-ha-proprieta-all-estero-2036928.html 

http://www.affaritaliani.it/cronache/case-popolari-documenti-aggiuntivi-per-gli-stranieri-caso-lodi-in-friuli-570020.html

https://www.ilpost.it/2018/11/03/friuli-venezia-giulia-legge-case-stranieri/

https://www.imolaoggi.it/2019/02/11/sesto-san-giovanni-case-popolari-agli-italiani-proteste-degli-stranieri/ 

https://www.imolaoggi.it/2018/11/30/bologna-59-delle-case-popolari-agli-stranieri/

http://www.ternitoday.it/attualita/troppi-stranieri-nelle-case-popolari-si-cambia-il-regolamento-prima-i-ternani.html

http://www.ilgiornale.it/news/politica/case-popolari-agli-stranieri-cos-italiani-vanno-coda-1435373.html

https://www.ilrestodelcarlino.it/ferrara/cronaca/case-popolari-1.4424233

https://incronaca.unibo.it/archivio/2018/11/29/case-acer-sorpasso-stranieri

Lo slogan di Sala? “Prima gli immigrati”. Su 300 case popolari 207 a stranieri

 

 

3.1 La crisi del patrimonio residenziale pubblico: una graduatoria di “single”

In “Verso una Politica per la Casa”, uscito ormai già tre anni fa, pronosticavo come il nostro patrimonio pubblico abitativo non fosse più adatto per ospitare la nuova domanda di alloggi popolari. Il punto di crisi è determinato da una predominanza di alloggi grandi a fronte di una richiesta di nuclei piccoli.  Tutto questo mentre già esiste un forte fenomeno si sottoutilizzo degli alloggi pubblici, un fenomeno non tollerabile in un momento di crisi abitativa.
Il Dipartimento delle Politiche abitative di Roma Capitale ha recentemente pubblicato la nuova graduatoria del  Bando 2012 (qui il link) per le case popolari che non fa altro che confermare questa tendenza. Risultano idonei circa 12 mila e 500 nuclei che a un tasso di 500 assegnazioni all’anno occuperanno la Pubblica amministrazione per i prossimi 25 anni. Rappresentano in buona sostanza oggi la domanda e nel prossimo futuro l’inquilinato degli alloggi popolari a Roma. Aver uno studio sulla composizione, sull’età, sulle condizioni socio-economiche di queste famiglie sarebbe utilissimo per poter svolgere una programmazione efficace. Il Bando stesso sarebbe una utile fonte di informazioni (disabilità, reddito, provenienza, ecc.) che tuttavia non vengono elaborate e/o diffuse. I dati, infatti, sono criptati e l’unica cosa che trapela dalla nuova graduatoria è la composizione delle famiglie. Un elemento  comunque significativo in quanto gli alloggi popolari vengono assegnati in base alla composizione del nucleo. La Legge Regionale 12/99 e il suo regolamento attuativo (2/2000) individuano 4 classi di assegnazione:
1-2 persone = alloggio da 45mq
2-3 persone = alloggio da 45mq a 60mq
4 persone = alloggio da 60mq a 75mq
5 o più persone = alloggio maggiore di 75mq
Sebbene la graduatoria sia unica la suddivisione in classi fa si che vi siano di fatto 4 diverse graduatorie, ognuna per ogni classe. Queste 4 graduatorie scorrono parallelamente in base alla disponibilità di alloggi, che ricordo sono per la maggior parte di risulta ossia recuperati dal patrimonio esistente a seguito del decesso dell’assegnatario o per altre cause. Pertanto stabilire come sono composte le famiglie è utilissimo per capire la domanda di alloggi di cui si necessita per soddisfare le istanze della cittadinanza da qui ai prossimi 25 anni. Dallo screening della Graduatoria emerge che i “single” rappresentano quota predominante, sono il 29%. Se a questi uniamo anche i nuclei da due persone i nuclei piccoli, cioè da una o due persone, sono il 52% di tutti i richiedenti. Si tratta di 6.444 famiglie su un totale di 12mila.

Le famiglie in graduatoria per numero di componenti

grafico graduatoria 2019

Le percentuali in base al numero di componenti

grafico graduatoria

 

Se analizziamo le prime 1500 posizioni, ossia coloro che “teoricamente” devono prendere casa nei prossimi 3 anni (a un tasso di 500 assegnazioni all’anno) il dato è ancora peggiore. I nuclei da uno sono 938, il 63% del totale, e i nuclei da due sono un altro 17%, in totale 80% famiglie con i punteggi più elevati. Una simile predominanza nell’attribuzione dei punteggi è sicuramente determinata dal Bando Comunale del 2012  (qui il link) .

Le prime 1500 posizioni della graduatoria per numero di componenti

le prime 1500

Le percentuali dei primi 1.500 nuclei in base al numero dei componenti

grafico 1500

Il paradosso che si viene a creare è che se da un lato gli attuali criteri di valutazione avvantaggiano i nuclei piccoli dall’altro nella prassi poi succede l’inverso: ossia che data la maggiore diponibilità di alloggi grandi siano proprio i nuclei più numerosi a prendere casa prima. Tutto questo provoca ovviamente lo scorrimento asimmetrico delle 4 classi di graduatoria tanto da creare sperequazioni enormi. Pertanto la graduatoria generale è da ritenersi del tutto indicativa su base temporale.

 La composizione del patrimonio ERP a Roma in base alle classi di assegnazione (da Verso una Politica della Casa)

Dimensione dell’alloggio

N. di alloggi regionali ATER

N. di alloggi del Comune di Roma

Percentuale sul totale

N. di persone per nucleo familiare

45 mq

4.941

3.082

11

1/2

45 mq / 60 mq

10.922

6.441

23

2/3

60 mq / 75 mq

11.914

6.988

25

4

> 75 mq

19.521

11.491

41

>4

Il surplus di alloggi grandi (41% sul totale) a fronte di una domanda di nuclei prevalentemente piccoli non è un fenomeno nuovo. Anche la precedente graduatoria del 2000 aveva già mostrato simili criticità. In un documento del 2016 del Dipartimento delle Politiche Abitative si scrive (qui il link):
la graduatoria di cui sopra è ancora oggi vigente per la presenza  di n. 232 nuclei familiari composti da 1 persona (prima posizione in graduatoria da chiamare n. 1097) e n. 48 nuclei familiari composti da 2/3 persone (prima posizione da chiamare per l’assegnazione n. 1845), non residuando nuclei familiari composti da 4 e/o 5 o più persone nella stessa graduatoria.
Un secondo documento del 2018, di due anni successivo, invece ci rivela come anche la classe relativa ai nuclei a 2-3 persone sia esaurita e permangono in graduatoria solo i nuclei da una persona (qui il link) . Pertanto anche la precedente graduatoria si è esaurita in modo asimmetrico, fenomeno che rischia di ripetersi anche su quella attuale.
Il problema è talmente complesso che rischia di inficiare l’uso stesso del patrimonio negli anni a venire. Se da un lato il nostro patrimonio è stato progettato nel passato per ospitare nuclei numerosi dall’altro la domanda di alloggi è sempre più di alloggi piccoli.  Attualmente già si presenta un forte fenomeno di sottoutilizzo del Patrimonio Pubblico (circa il 50 % del Patrimonio Pubblico è sottoutilizzato, fenomeno che rischia di ampliarsi nel prossimo futuro se non si contrappongono strategie efficaci.
Nel prossimo articolo l’incrocio dei dati della graduatoria suddivise per classi con quelli del patrimonio.
Bibliografia
Enrico Puccini, Verso una politica della casa, Ediesse edizioni, Roma, 2016.

Der Socialen Stadt, dal housing sociale alla città sociale. Perché i tedeschi spendono 190 milioni di euro all’anno per far parlare i vicini?

I tedeschi, famosi per il loro pragmatismo, hanno avviato un poderoso programma federale finanziato a partire dal 1999 con 40 milioni di euro all’anno e che oggi ha raggiunto la considerevole somma di 190 milioni all’anno, per sostanzialmente promuovere le pratiche di buon vicinato e le reti sociali.
Ma perché è stato avviato e di cosa si tratta?
La Germania è un paese noto per avere un stato sociale e delle politiche per il welfare abbastanza solide. Un ampio sistema di sussidi che vanno da quello per la disoccupazione fino a quello per gli affitti, una rete vasta di alloggi popolari, un sistema rodato per l’inserimento del lavoro, ecc. Tuttavia nonostante questo, che è già una buona condizione di partenza, dalle analisi dei feedback di queste politiche ci si è resi conto che la reazione e l’efficacia di quest’ultime era molto diversa a seconda delle varie realtà territoriali.
Le città, i quartieri, le comunità locali non sono un campo neutro in cui allo stesso stimolo le risposte sono univoche ma incidono profondamente sull’efficacia dei vari provvedimenti. L’intuizione che sta dietro a questo nuovo approccio alle politiche del welfare consiste nel considerare la stessa città, con le sue dinamiche positive e negative, come elemento fondamentale in cui tali politiche si integrano. Per quanti sussidi  si possono erogare, o per quante case socpopolari si possono assegnare, se non si considerano elementi quali le condizioni ambientale in cui tali azioni si svolgono o se non si integrano con dinamiche che naturalmente si sviluppano in città, come quelle ad esempio del mutuo soccorso di vicinato, l’azione rimarrà sempre monca se non inefficace. Grazie a questa lettura il programma Der socialen stadt, ( il titolo completo è “Città sociale – Investimenti nel vicinato” ) (sito)  accende i riflettori sui quartieri e sulle comunità locali attraverso una serie di progetti specifici. Lo slogan che ha caratterizzato questo salto paradigmatico è: dall’housing sociale alla città sociale.
Ovviamente tutti gli altri programmi e sussidi rimangono operativi e a questi ne se aggiungono di altri mirati alla nascita, al consolidamento di comunità locali e al coordinamento di tutti questi fattori.
“L’obiettivo principale è migliorare la coesione sociale e l’integrazione di tutti i gruppi di popolazione nei quartieri interessati. I comuni sono quindi sostenuti per promuovere una maggiore equità generazionale e infrastrutture di rafforzamento della cultura favorevoli alla famiglia, adeguate all’età e accoglienti. Gli investimenti sono un prerequisito essenziale per molte politiche complementari di inclusione sociale. Ad esempio, i centri distrettuali, le case cittadine, le piazze, ecc., forniscono lo spazio necessario per la convivenza nel distretto e il rafforzamento dei quartieri.
Gli interventi finanziati sono i più disparati. A Berlino-Kreuzberg, area in cui storicamente vivono molti immigrati è stata aperta una casa multietnica e multigenerazionale: “L’obiettivo è creare un luogo di incontro e di unità. I bambini, i giovani, le famiglie, le persone oltre i 50 anni e gli anziani di culture diverse dovrebbero incontrarsi qui e trascorrere del tempo insieme. L’obiettivo è rendere tangibili e utilizzabili le esperienze e le competenze delle diverse età e nazioni d’origine come in una grande famiglia. I pregiudizi sono ridotti e la convivenza nel quartiere diventa più aperta, tollerante e vivace.” All’interno si organizzano da corsi di autodifesa, di informatica per la terza e quarta età e di arabo per i tedeschi e di tedesco per gli arabi, sia con professionisti che con volontari.
Tanto per citare un altro esempio a Mannheim un complesso di case popolari, abitato al 40% a persone di etnia Sinti, è stato al centro di un altro progetto. Sebbene non fossero previsti spazi di pertinenza al piano terra gli abitanti hanno incominciato a recintare lo spazio di fronte gli alloggi e ad usarlo come deposito, cosa che ha creato tensioni con gli altri abitanti. Allora grazie anche al locale gestore degli alloggi popolari si è pensato di trasformare questi spazi in giardini e si è svolta una azione educativa, con l’ausilio di giardinieri professionisti, affinché gli abitanti si prendessero cura di questi spazi. Oggi l’aspetto del quartiere, con grande giovamento di tutti, è notevolmente migliorato.
Oltre alla elaborazione dei progetti si è anche molto investito sulla comunicazione in modo da consentire e facilitare l’accesso della cittadinanza alle varie iniziative. Insieme a sistemi di comunicazione locale si sono sviluppati specifici siti internet di quartiere come, ad esempio, quello di Berlin-Neukölln (sito)o come quello di Luckenwalde nel Brandeburgo (sito).La mappa delle città e dei comuni interessate dal programma sociale stadi.

 

La mappa dei comuni e delle città del programma.

karte-2017_staedte-gemeinden

La mappa degli investimenti.

karte-2017_bundesfinanzhilfen

Il programma ha un iter interessante che vale la pena analizzare in rapporto con le nostre prassi.
  • Individuazione dei perimetri d’intervento. “La delimitazione dell’area è basata su un’analisi socio-spaziale per identificare le aree problematiche e il potenziale non sfruttato dei singoli quartieri e promuove la comunicazione e la cooperazione tra tutti gli attori coinvolti“
  • Gestione dei quartieri. Una volta individuati i quartieri si passa alla messa a punto di sistemi di gestione in grado di poterli governare. “Nel complesso, lagestione del vicinato orientata al processo serve a garantire una cooperazione in rete orizzontale e verticale a livello amministrativo e di quartiere e tra questi livelli, coinvolgendo un gran numero di attori localmente rilevanti.
  • La messa in comune delle risorse. Poiché i finanziamenti spesso non coprono tutte le spese dei progetti si è optato per un processo integrato che partendo dalle realtà locali armonizzi tutte le risorse in campo (sussidi e finanziamenti vari)
  • Attivazione e partecipazione. Con l’attivazione e la partecipazione, si stabiliscono strutture di partecipazione basate sul vicinato, si mettono in rete iniziative locali, organizzazioni e aziende e si rafforzano le capacità individuali di risoluzione dei problemi dei cittadini non organizzati (empowerment).L’attivazione può essere intesa come tutte le tecniche con le quali singole persone o gruppi di persone sono indirizzate e comunicate l’una con l’altra. La partecipazione inizia su un livello più formale e si basa su procedure più o meno pianificate e obiettivi concreti.
  • La valutazione. Le valutazioni come strumento per lagestione della qualità e la gestione delle politiche sono di grande importanza al fine di essere in grado di svilupparle ulteriormente e adattarle a seconda delle necessità e di qualificare ed espandere i loro approcci strategici e relativi ai contenuti.
  • Il monitoraggio. L’osservazione degli sviluppi spaziali ed economici sociali sia a livello cittadino che nei singoli quartieri, nel senso di un “sistema di allerta precoce”, può servire a identificare aree con problemi di pianificazione urbana, sociali ed economici o perseguire i loro ulteriori sviluppi sulla base di indicatori.Inoltre, la documentazione degli sviluppi dell’area sulla base di un monitoraggio socio-spaziale può essere un aiuto importante nel considerare la stabilizzazione di quanto è stato ottenuto.
In Italia non solo non esiste nessun programma nazionale sociale di questa entità ma è anche uno dei pochi paesi europei in cui manca una Agenda Urbana che ponga le città al centro di politiche di sviluppo. Ogni città, con risultati molto diversi, si autorganizza senza nessun aiuto governativo e senza alcun tipo di coordinamento. Oltre alla funzione di coordinamento e monitoraggio l’approccio innovativo della città sociale consiste nella definizione dei quartieri come entità minime urbane e sociali. Allo stato attuale le nostre città sono suddivise in Municipi o, al limite in zone urbanistiche, che tuttavia individuano aree vaste che nulla hanno a che vedere con i quartieri (un esempio è la zona urbanistica di Torre Angela che racchiude la borgata spontanea di Torre Angela, il quartiere di edilizia economica e popolare di Tor Bella Monaca e la gated comunity di Torre Gaia, tre realtà completamente differenti). Ad oggi le ricerche più avanzate vengono perciò sviluppate solo sulle zone urbanistiche che non tengono assolutamente conto della complessità e delle dinamiche locali.

2.2 Il disagio sociale nei quartieri di edilizia residenziale pubblica a Roma.

di Enrico Puccini e Federico Tomassi.

Elaborazioni GIS di Amedeo Ragusa.

Avvertenze
In questo articolo verrà analizzato il disagio sociale così come inteso dall’Istat, ossia con una serie di marcatori, disoccupazione, scolarizzazione ecc. Fra questi non vi sono due importanti parametri: il primo è il reddito, il secondo è il tasso di criminalità. Il reddito medio viene rilevato soltanto per Municipi ed è impossibile allo stato attuale confrontarlo con i quartieri. Il tasso di criminalità invece, che negli Stati Uniti è mappato e incide addirittura sulle quotazioni immobiliari, da noi è rilevato ma non reso pubblico.Inoltre definire il disagio sociale solo attraverso strumenti statistici senza una conoscenza territoriale può essere fuorviante e può portarci a una lettura distorta  del fenomeno. Date queste premesse tuttavia è un primo passo, parziale e limitato, per cerare di sviluppare qualche riflessione sul tema.

disagio.jpg

Disagio sociale a Roma
Il disagio sociale viene elaborato dall’Ufficio statistico del Comune di Roma, su dati Istat, solo per zone urbanistiche, che sono delle aree notevolmente più vaste rispetto ai quartieri. Questa elaborazione fornisce al massimo una visione d’insieme e a volte può indurci in errore. Ad esempio nella zona urbanistica di Torre Angela insistono i quartieri di Tor Bella Monaca e Torre Gaia, il primo uno dei maggiori a Roma per numero di alloggi popolari, l’atro una gated comunity che cela ville con giardino dietro la sbarra della sicurezza. Ovviamente nel calcolare il disagio per zone urbanistiche i dati degli abitanti del primo e del secondo si sommano. Da qui l’esigenza di avere un focus sugli alloggi popolari per comprenderne le meglio le dinamiche. Nel rilevamento del Comune di Roma alcuni valori sono errati poiché non si è tenuto conto delle residenze fittizie: ossia delle residenze che vengono concesse agli homless al fine di non decadere dai diritti civili. Per alcuni indirizzi vi sono migliaia di persone iscritte all’anagrafe che pur non abitando nell’area gravano sui rilevamenti statistici. In particolare la zona urbanistica di Torrespaccata che secondo il Comune ha un indice di 16 rispetto la media romana una volta escluse queste residenze assume un valore di 4. Al di là del valore delle singole zone, essendo questo il valore di picco, cambia la visione d’insieme sulla città: un conto è dire che il valore massimo su Roma è 8, un conto è dire che è 16.

Mappe a confronto

Mappa del disagio sociale nei quartieri di edilizia residenziale pubblica.
Ad un primo sguardo la mappa del disagio denota una città ancora dominata da una dinamica monocentrica. Infatti i quartieri con il disagio più alto si trovano nella fascia urbana al di là del raccordo. L’isolamento, la difficoltà di movimento ancora giocano un ruolo importante sulle dinamiche del disagio. A questa serie si ascrivono i quartieri di Labaro, Ponte di Nona, Tor bella Monaca, Tor vergata e Ostia, ognuno con le sue diversità (n. di alloggi, distanza dal centro, anno di costruzione e assegnazione, ecc.), ma accumunati dai massimi valori di disagio. Valori inferiori ma comunque rilevanti si registrano nella fascia interna ma a ridosso del GRA. San Basilio, Palmarola, Fogaccia, Corviale, Laurentino, Serpentara, per la maggior parte quartieri coevi, hanno simili caratteristiche con indici elevati. La terza fascia, quella più centrale e con gli interventi storici, ha indici invece più modesti sebbene più alti rispetto la media dell’area su cui insistono. Quartieri come Testaccio, San Saba, Donna Olimpia ma anche il Quarticciolo, realizzati prima della seconda guerra mondiale, dimostrano come il tempo giochi un ruolo nelle dinamiche della città.

DisagioSociale quartieri popolari 2

Rapporto fra i quartieri pubblici e le aree urbanistiche.
Ultima elaborazione è una comparazione fra i valori del disagio nelle zone urbanistiche e nei quartieri popolari. Si vede come in realtà i quartieri popolari hanno valori di picco, quantomeno doppi, rispetto l’area su cui insistono. Dalla elaborazione grafica si possono rilevare alcuni trend. Il gap maggiore fra i due valori si hanno nei quartieri storici, (San Saba, Tor Marancia, Garbatella, Donna Olimpia). Le aree intorno a questi quartieri sono da tempo considerate di pregio con conseguenti valori immobiliari elevati. Il maggior divario denota una maggiore differenza di qualità delle vita fra gli abitanti degli alloggi erp e quelli dell’intorno. Al contrario il minor divario corrisponde una omologazione fra la popolazione sia dentro che fuori i complessi erp. Questo si verifica nelle zone di Ponte Mammolo, Tor Cervara, Tufello, Tor Bella Monaca. Nel grafico gli interventi erp sono rappresentati in ordine cronologico, dal più datato, San Saba, al più recente, Ponte di Nona. La diagonale ascendente dell’indice di disagio sottolinea come questo e crescente negli interventi più recenti.

zone e quartieri