Se cinque anni vi sembrano tanti

 Cinque anni potrebbero sembrare tanti per un libro che affronta un problema di attualità. Non è così se il tema è l’edilizia residenziale pubblica e Verso una politica della casa, scritto da Enrico Puccini nel 2016, ne è una conferma. In tutto, infatti, conserva la validità delle analisi e delle proposte per il semplice fatto che in questi anni nessun progetto di riforma è stato avanzato dalla politica per il comparto, decisivo se si vuole dare senso e contenuti alla coesione sociale, e comportamenti di evidente disinteresse sono riscontrabili ad ogni livello: dallo Stato agli enti locali (con qualche lodevole eccezione per un esiguo numero di comuni).

L’attenzione dominante del lavoro di Enrico è rivolta alla realtà romana. I ragionamenti però non si esauriscono nei confini peraltro ampi della città: di sicuro interesse sono i riferimenti alla normativa vigente in alcuni paesi dell’Europa occidentale che rendono ancora di più incomprensibile l’inerzia dei nostri decisori politici e anche le soluzioni prospettate per rendere governabile il settore sono immediatamente esportabili nelle altre grandi aree urbane del Paese.

Il volume è innanzitutto un prezioso giacimento di dati e informazioni – praticamente è rinvenibile quanto è possibile reperire sull’argomento dalle diverse fonti disponibili – ed è proprio sulla eterogeneità, sulla parzialità e sulla loro difficoltosa comparazione dovuto alle diverse fonti disponibili, senza alcuna interconnessione, che si sofferma con insistenza l’Autore lamentando l’assenza di un Osservatorio sulla condizione abitativa, peraltro previsto dalla legge di riforma delle locazioni. Avrebbe la finalità, accanto alla possibilità di riunire tutti i soggetti istituzionali competenti per il settore, di organizzare una base informativa finalmente meno frammentata.

Enrico non si limita ad analizzare i numeri. Ciò che rende il libro un riferimento indispensabile per chi si occupa del problema abitativo a Roma, sono le valutazioni sulle criticità che condizionano le potenzialità dell’edilizia residenziale pubblica e, più in generale, i commenti sui confusi e incoerenti provvedimenti messi in atto per assicurare forme di protezione alle fasce deboli escluse dalla possibilità di reperire una abitazione sul mercato privato.

L’utilizzo delle scarse risorse pubbliche, certamente inadeguate alla drammaticità della situazione, sembra seguire logiche e modalità perverse: i sussidi all’affitto, i buoni casa, i sostegni alla morosità incolpevole sono gestiti da soggetti istituzionali diversi, attribuiti a famiglie in possesso di requisiti disomogenei, di entità variabili di anno in anno e con tempi di erogazione smisurati se si considera il periodo che trascorre dalla fase di ripartizione all’assegnazione dei contributi.

Del tutto deficitaria e irrazionale la gestione dell’edilizia residenziale pubblica, a partire dal fatto che parte del patrimonio (45.000 alloggi) è affidato all’Ater e parte (28.000 alloggi) è detenuto dal Comune. Si pretende il pareggio di bilancio (l’Ater si caratterizza per essere un ente pubblico economico) con canoni che, per i redditi inferiori, si attestano ai 7,70 euro mensili la qual cosa non consente neppure livelli minimi di manutenzione e rende plausibile l’alienazione degli stessi alloggi (piena condivisione con Enrico sulla necessità di scorporare la gestione degli immobili dalle politiche assistenziali cui devono essere preposti gli enti elettivi). Restano poi irrisolti problemi annosi quali la morosità, le occupazioni abusive e il blocco delle decadenze per i redditi più alti che, se da un lato consente di introitare canoni più elevati, dall’altro “inficia lo stesso valore d’uso sociale degli alloggi popolari”.

Problematiche che riguardano, in misura più o meno accentuata, l’intero comparto dell’edilizia residenziale pubblica nel nostro Paese. Dai dati su Roma appare dimostrato con l’evidenza dei numeri il disinteresse e l’incapacità a ricercare soluzioni adeguate: di fronte alla complessità delle problematiche descritte, la politica mostra la propria debolezza, si ritrae e abbandona il campo. Lascia tutto inalterato, non finanzia da più di due decenni l’edilizia pubblica (a meno di poche risorse destinate alle manutenzioni senza le quali si sarebbe arrivati al paradosso di non poter locare un significativo stock di alloggi per mancanza dei requisiti di legge) e gli unici provvedimenti emanati riguardano la (s)vendita degli alloggi, un modo per esorcizzare il problema: la Regione Lazio, con l’ultimo programma di alienazione, produrrà una erosione dell’attuale patrimonio del 17 per cento.

Ma Enrico non si limita alla denuncia (pur necessaria). Dimostra, dati alla mano, che da subito sarebbe possibile introdurre misure concrete per ridurre, fino ad annullare, l’emergenza abitativa, destinata peraltro ad ampliarsi, in assenza di azioni mirate, per l’ulteriore impoverimento degli strati sociali in condizione di precarietà lavorativa.

Come? La ricetta disegna un percorso che è anche una strategia e lo fa con due punti fermi assolutamente condivisibili: la fattibilità della proposta e nessun ulteriore consumo di suolo. Con un avvertimento: occorre “un completo riassetto della materia sia dal punto legislativo che amministrativo”.

Si parte da un dato ormai storicizzato: a Roma ogni anno si rendono disponibili circa 300/350 alloggi di edilizia pubblica rispetto ad un fabbisogno di molto superiore: da considerare non soltanto il numero di richieste presentate per entrare in graduatoria dai nuclei famigliari ma anche gli appartamenti locati dal Comune nei residence e le numerose situazioni di occupazione di alloggi o di sistemazioni provvisorie. L’offerta però può essere significativamente incrementata se si realizzasse una volontà politica in questo senso. I numeri riportati nel volume sono a dimostrarlo: occorrerebbe arrestare l’occupazione abusiva degli alloggi pubblici (circa 1.000 ogni anno), ridurre il loro sottoutilizzo (circa il 70 per cento sono sovradimensionati rispetto alle attuali esigenze per essere stati costruiti in epoche in cui le famiglie erano assai più numerose) e modificare la normativa che regolamenta il cambio-alloggi, trovare una diversa sistemazione ai nuclei occupanti che superano la soglia reddituale dei 30.000 euro/anno (ad esempio in alloggi di edilizia sociale), recuperare la quota parte di alloggi occupati da persone non in possesso dei requisiti per l’accesso all’edilizia pubblica. Infine, gestire con tempestività gli alloggi che si vanno liberando per decesso del conduttore, di entità rilevante in relazione all’età avanzata della popolazione residente (più della metà è ultrasessantacinquenne).

Così facendo, dai calcoli molto accurati svolti da Enrico, si potrebbe ottenere, in cinque anni, una disponibilità di 14.000 alloggi a beneficio dell’emergenza abitativa. Uno schema di ragionamento che ha un presupposto per tradurre in operatività le ipotesi formulate, segnalato da Enrico in conclusione: “l’armonizzazione dei sussidi, la riforma degli enti gestori, una nuova normativa delle assegnazioni, la razionalizzazione del patrimonio e il recupero degli alloggi sono un insieme di azioni che dovrebbero svolgersi contemporaneamente”.

Il Sindaco Gualtieri, da poco insediato, ha inserito nel discorso programmatico la volontà di istituire l’Osservatorio sulla condizione abitativa e l’Agenzia per le Politiche abitative, impegni che vanno certamente nella direzione giusta. Non resta che aspettare gli atti conseguenziali.

Giancarlo Storto

Roma, 26.11.2021

Verso una politica della casa Enrico Puccini